Being Cool is Nothing New

Può succedere, a Milano, che tu esca per comprare qualcosa per la cena e rientri senza cena, ma con la prospettiva di un’intervista con colei che ha ispirato non solo questo blog ma soprattutto il movimento ormai di portata globale Fashion Revolution. Ecco a grandi linee quello che è successo in mezzo.

Ormai qualche giorno fa, esco per fare la spesa e mentre vado scopro tramite passaparola su un gruppo Facebook che di lì a un’ora allo IED – Istituto Europeo di Design (dove per intenderci si formano oggi i designer che disegneranno i nostri vestiti domani, ndr)  inizierà un evento per il lancio del progetto “Being Cool is Nothing New”. Un progetto – e qui cito il comunicato stampa – “educational multidisciplinare sul riuso creativo, che coinvolgerà gli studenti delle quattro Scuole IED – Moda, Design, Arti Visive e Comunicazione – con lo scopo di sensibilizzare le giovani generazioni sul tema della sostenibilità, proponendo la customizzazione e la riconversione creativa dell’usato (abiti, oggetti, accessori) come alternativa al “nuovo su nuovo”, all’acquisto continuo di nuovi capi (spesso di bassa qualità) con il conseguente spreco di risorse, aumento dei rifiuti, omologazione”.

La serata sarà anche lo spunto per una conversazione con Orsola de Castro. Designer italiana di base a Londra, Orsola ha lanciato nel 1993 insieme a Carry Somers il movimento Fashion Revolution, un movimento o meglio una comunità ormai di dimensioni mondiali nata per portare un cambiamento nel settore dell’abbigliamento che possa scongiurare tragedie come quella del Rana Plaza in Bangladesh. Nel 2013, nel crollo dell’edificio che ospitava, tra le altre attività, una fabbrica tessile persero la vita 1129 persone: il peggior incidente nella storia del settore dell’abbigliamento, e di certo non l’unico. L’obiettivo di Fashion Revolution è creare consapevolezza sulle condizioni nelle quali i nostri vestiti vengono prodotti e generare un cambiamento nell’industria, anzi una vera e propria rivoluzione.

Ma già da anni Orsola si occupava di sostenibilità nella moda. Nel 1997 aveva già lanciato il brand From Somewhere, attraverso il quale dava nuova vita a capi che ne avevano già avuta una creando qualcosa di originale e irripetibile. From Somewhere erano, ad esempio, gli abiti sfoggiati da Livia Firth, al braccio del marito Colin, in diverse occasioni come il festival del Cinema di Venezia e gli Oscar. Così, per dire.

Con lei sul palco, ospite della direttrice dello IED Sara Azzone, anche Sara Sozzani Maino, responsabile del progetto Vogue Talents. Io, soldato semplice di questa rivoluzione della sostenibilità, sono già armata di penna e quaderno per registrare ogni dettaglio della conversazione, che si preannuncia estremamente interessante.

Non rimango delusa. Il taglio è da addetti ai lavori e vengono toccati tanti temi di “business”, dal come comunicare la sostenibilità a chi acquista – a noi, per intenderci, che possiamo avere vari gradi di sensibilità al problema – alle allocazioni dei budget relativi alle tematiche della sostenibilità nelle aziende, che spostando queste risorse dalla comunicazione al settore innovazione ci dicono quanto ci stanno credendo.

Sentire dalla viva voce di chi dialoga con le grandi aziende del settore che in effetti qualcosa si sta muovendo anche in termini di cambiamento culturale e non solo di immagine da mostrare al mercato è rincuorante e tante attività che spesso possono apparire controverse sono comunque un inizio.

Ognuno deve fare la sua parte, quindi, aziende e consumatori. Il concetto di upcycling o riuso creativo, infatti, si può applicare da entrambe le parti. Da parte delle aziende, alle rimanenze sia di materie prime sia di abiti invenduti (si parla di centinaia di miliardi di unità prodotte e invendute ogni anno). Da parte di noi consumatori, preservando i nostri capi di abbigliamento in modo che possano avere una vita più lunga e ripararli se si presenta la necessità. Una sfida interessante è provare a ripensare in modo creativo, anche solo in termini di abbinamenti inesplorati, gli immancabili pezzi abbandonati sul fondo dell’armadio.

Il messaggio della serata, insomma, è che se è vero che non è ancora facilissimo trovare capi di abbigliamento prodotti in modo sostenibile, è altrettanto vero che si può essere consumatori responsabili anche senza indossare capi di abbigliamento sostenibili ma dando una nuova possibilità a quello che è già stato prodotto.

E nel frattempo speriamo che offerta, domanda e necessità effettiva trovino un equilibrio grazie anche alle nuove generazioni di designer, molti dei quali coinvolti nel progetto IED, sempre più sensibili alle tematiche della responsabilità ambientale e sociale e che ci aiuteranno a scongiurare lo spauracchio della ormai famosa e costosa maglietta beige, nell’immaginario comune emblema – e spesso non a torto – dell’abbigliamento sostenibile.

Da sinistra: Riccardo Conti, moderatore, Sara Azzone, Sara Sozzani Maino, Orsola de Castro. Foto: Ufficio stampa IED

Orsola de Castro

Cover photo based on an original photo by Amy Shamblen on Unsplash

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